white_rabbit-800x600

Un buongiorno a tutti!

Oggi il post sarà particolare. Un amico (nonchè collega di misurazioni all’interno del lugo in cui trascorro 8 ore della mia giornata), oltre che misuratore pazzo, scrive. Non solo lettere al papa [cit.]

Un tempo fonti certe lo descrivevano come uno scrittore per diletto, adesso la cosa sembra abbia preso una strana piega imprenditoriale. Ha infatti da poco pubblicato il libro “Vangelo secondo Carlo”, un velocissimo noir di blunottiana ispirazione. Se volete acquistarlo, cliccate sulla copertina del libro dopo il salto:


copertina_ipset_olegnav

Per chi fosse interessato può visitare il blog dell’uomo in questione (tale Cristiano Della Bella) e il suo MySpace.

Il racconto che vi voglio presentare oggi parla di una serata al Bianconiglio. Assolutamente da leggere e scaricare!

Cristiano, per tirarsela, tiene al fatto che io pubblichi questa nota:

Nota dell’autore: il racconto si è classificato al 4° posto del Premio letterario Crociata 2005 indetto dall’Associazione Culturale Opera X.

Per scaricare il racconto, cliccate qui di seguito:

[download id="8"]

Bando alle ciance, che il racconto abbia inizio!

Serata al Bianconiglio

Bianca, la neve cadeva oltre la finestra e andava a coprire il venerdì sera d’un soffice manto. L’aspetto impraticabile della statale era un’ottima scusa per rimanere a casa. L’aspirazione, poi, di scrivere qualcosa di buono per partecipare ad un concorso letterario era un’idea che ancora Arnaldo non aveva deciso di scartare.
Una sigaretta, bruciata lenta tra le sue labbra, era un modo onesto ma vigliacco per valutare i pro e i contro, ponderare sulle cose e rimandare la decisione di qualche altro istante ancora. 
Bianco, il Coniglio attendeva. L’ipotesi di fare serata con gli amici al pub riusciva comunque ad essere una valida tentazione e, nonostante il cattivo tempo, ancora Arnaldo non aveva deciso di rinunciarvi.
Tentennò dubbioso, titubando tra il vociare chiassoso del Bianconiglio e l’assorta solitudine d’un ostinato scrivere. Implacabile, il cielo continuava a nevicare giù per terra e, quando la sigaretta giunse al filtro, Arnaldo si diede un giro. Cercò un posacenere per schiacciare il mozzicone e, con esso, esaurire il tempo a propria disposizione per fare la scelta.
Chiuse gli occhi e vide i baffi ad arco di Vittorio.

Vittorio aveva i capelli lunghi legati in coda, le guance scavate che, disegnate a butteri, testimoniavano l’esperienza di una terribile forma di acne giovanile. Il fisico, ossuto e nervoso, ed i baffi ad arco sopra le labbra sottili, poi, lo facevano sembrare ad un giovane Lemmy, quand’ancora i Mötorhead erano in tre.
“Soli?”, fece Vittorio allo sguardo in attesa di Arnaldo. “E sarebbe?”
“Soli è il tema del concorso letterario, nel senso che la giuria prenderà in considerazione solo racconti di quel particolare argomento”, spiegò Arnaldo, cercando poi il sapore inebriante della birra.
“Soli sono, io penso, i giovani di oggi che hanno il disperato bisogno di una qualsiasi associazione. Tipo circolo culturale, tipo amici del fumetto d’autore, tipo nostalgici dei cartoni animati di Go Nagai, tipo club del revival hippy o anche solo organizzare feste del sabato sera conto terzi senza lucro!”
L’idea di chiedere un consiglio a Vittorio non si stava rivelando tra le migliori, tuttavia Arnaldo si fece scappare un mezzo sorriso ancora umido di birra.
“Fa mica ridere, sai?”, continuò l’amico. Aveva gli occhi lucidi che si muovevano velocemente, guardando ora una sconosciuta dal seno abbondante, ora il nuovo video dei Gorillaz nella piccola tivù in fondo al locale, ora lo stolido broncio di Arnaldo, in un caotico zapping di occhiate di fuoco. “I giovani sono tristemente soli. Pur di conoscere altra gente si affidano alle famigerate chat, opportunamente mascherati dietro un qualsiasi nickname. Meno impegnativo che non presentarsi ad una ragazza incontrata per strada, o domandare il numero di cellulare della commessa in copisteria.”
Luisa lavorava in copisteria, pensò Arnaldo.

Luisa giunse al Bianconiglio con uno splendido sorriso. Era euforica perché suo fratello le aveva regalato un telefonino nuovo.
“Quello vecchio non teneva più la carica, eppoi aveva sei anni ed era grosso così che sembrava un citofono!”, spiegò Luisa ai due amici. “Fulvio me l’ha preso per natale ma, siccome avevo solo cinque giorni per cambiarlo se non mi fosse piaciuto, alla fine ha voluto darmelo subito!”
Luisa pescò nella borsa e mostrò ai due il cellulare. Vittorio se lo rigirò tra le mani, fece una smorfia e lo passò ad Arnaldo.
“Bello”, disse lui, poi rimase a fissare lei. Luisa era una ragazza carina, gli occhi scuri e grandi, i capelli tenuti in ciocche da pinzette colorate, gli anfibi neri con le calze a strisce.
Sbarazzina.
“Di che parlavate?”, volle chiedere lei. Aveva una voce dolce, chiara, a tratti didattica. La voce che dovrebbero avere le mamme e le maestre d’asilo. Arnaldo le parlò del concorso letterario e della patologica solitudine che, secondo Vittorio, affliggeva i giovani d’oggi.
“La solitudine è un gran bel tema”, disse Luisa, rubando poi un sorso di birra ad Arnaldo. “Potresti scrivere un racconto sul nonno abbandonato dai nipoti che passa il suo tempo davanti alla tivù, oppure del barbone che vive davanti alla chiesa di Santa Margherita e che tutti vedono ma a cui nessuno rivolge la parola… O ancora, se vuoi andare sullo splatter, raccontare di uno che scivola nella vasca da bagno, sbatte la testa e muore e, quando qualcuno se ne accorge, sono già passate due settimane e il cadavere è tutto schifido come fanno vedere in certe puntate di C.S.I.”
Arnaldo non era dell’idea.
“Non sono mica dell’idea”, disse Arnaldo scuotendo la testa. Vittorio, da parte sua, rideva sotto i baffi.
“Mi sembra inopportuno finire nello splatter per un premio letterario”, commentò Vittorio, a tratti divertito.
“Era solo uno spunto”, ribatté Luisa, mettendosi sulla difensiva. Poi tornò a sorridere perché, dalla porta del Bianconiglio, vide entrare la faccia curiosa di Tazio.



Tazio, a ben guardare, del mitico Nuvolari portava soltanto il nome. Tuttavia, spesso e volentieri, sapeva essere un buon amico. Entrato al Bianconiglio, fece il suo consueto giro di saluti, poi si fermò al bancone il tempo necessario per rimediare una birra, quindi concluse la passeggiata al tavolo nell’angolo.
“Ciao raga”, fece Tazio, prendendo posto tra Luisa e Arnaldo, di fronte a Vittorio. “Cazzo, venendo qui a momenti faccio un frontale”, disse. Poi si mise a raccontare di questa Renault che, sbandata sulla neve, aveva invaso la sua corsia e lui aveva dovuto aggrapparsi a tutti i santi per riuscire ad evitarla.
“Ho inchiodato di brutto e l’ho scansata d’un pelo appena!”, spiegò Tazio, che poi fece un breve sorso di birra, a scopo degustativo.
“T’è andata proprio bene”, commentò Luisa, partecipe.
“Un mio amico”, disse a quel punto Vittorio, “l’anno scorso si è buttato fuori strada perché una macchina stava sorpassando. Se non fosse uscito di strada si sarebbero presi di punta e avrebbero fatto un macello!” Fece una pausa. “Sarebbe Fabietto, di Fossano, lo conoscete no?”
Tazio rimase a pensare, perché forse lui Fabietto di Fossano lo poteva anche conoscere. Del resto, conosceva un mucchio di gente, davvero.
“Arnaldo cercava un’idea per scrivere un racconto sulla solitudine”, disse invece Luisa, interrompendo il ragionare di Tazio.
“Solitudine?”, chiese lui, di rimando.
“Veramente, il tema del concorso è soli”, precisò Arnaldo.
“Fico”, fece Tazio. “Io farei un racconto sulle stelle!”
Gli altri rimasero a fissarlo sbalorditi e lui prese a spiegare che, essendo il sole una stella, andava da sé che le stelle fossero soli. E allora lui suggeriva di andare a parare nella fantascienza, magari ambientando il racconto su un pianeta lontano che gravitasse intorno ad una stella doppia.
“Tipo Luke Skywalker che guarda il tramonto nel primo film di Guerre Stellari e, bassi sull’orizzonte, ci stanno due soli”, spiegò Tazio che, a ben guardare, del leggendario Nuvolari portava proprio soltanto il nome.
“Non credo che ci possa essere un pianeta abitabile attorno ad un sistema binario”, fece Vittorio a quel punto.
“Cos’è un sistema binario?”, volle sapere Luisa.
“Sarebbe un sistema stellare con più di una stella”, spiegò Arnaldo. “Ad esempio, nel sistema solare Giove è una stella mancata, perché era troppo piccola per riuscire ad accendersi. Se fosse stato un poco più grande sarebbe diventata un piccolo sole.”
“Oh”, fece Luisa, con le labbra a forma di oh.
“La maggior parte delle stelle sono multiple”, disse Arnaldo.
“Ed è per quello che, secondo me, sulla Terra è stata possibile la vita”, disse Vittorio. “Io credo che su una stella doppia o tripla sia impossibile che ci sia un pianeta con le condizioni adatte per ospitare la vita. L’orbita sarebbe più complessa e le stagioni, il clima eccetera, sarebbero molto più estremi. Tipo che ogni tot anni ci sarebbe un’estate molto torrida, oppure un inverno molto rigido, glaciazioni, diluvi universali e desertificazioni a palla!”
“Secondo te”, disse allora Tazio, “nell’universo noi siamo soli?”
“Soli magari no, ma può darsi che il pianeta abitabile più vicino si trovi su un’altra galassia, magari Andromeda!”
“Beh”, intervenne Luisa, “allora Arnaldo può parlare della solitudine dell’uomo in questa galassia, no?”
“No”, fece Arnaldo, secco. “Anzi, esco a fumare una sigaretta.” Si mise in piedi, vestì il giaccone invernale e la sciarpa. Vittorio si alzò a sua volta e al tavolo, a fare coppia, rimasero Luisa e Tazio.
Lei gli raccontò del telefonino che suo fratello Fulvio le aveva regalato per natale.

Non era ancora un anno che era entrata in vigore la legge Sirchia tuttavia, tra i giovani del venerdì sera, la cosa era ormai diventata una sana abitudine. Impossibilitati a fumare dentro il locale, i ragazzi facevano un break tra le birre già bevute e quelle ancora da bere, tra i discorsi fatti e quelli ancora da fare, ed uscivano fuori al freddo spesso in coppia, talvolta da soli.
“Stanotte non fa nemmeno tanto freddo”, disse Arnaldo appicciando la sigaretta.
“Sì”, ne convenne Vittorio, “sarà perché nevica.”
Accanto a loro c’era altra gente. Una bella ragazza che, nonostante la nevicata, era uscita in minigonna. Un tipo magro come un chiodo e tanto alto che pareva una pertica. Uno dei famosi varioni cuneesi, con i capelli rasta, la giubba disegnata a strappi, gli anfibi slacciati e un piercing al sopracciglio destro.
I tre stavano discutendo sul fatto che gli spartineve quella notte parevano latitare.
“Secondo me”, fece Arnaldo, “la legge Sirchia aiuta i giovani che vogliono conoscere altra gente.”
“Che vuoi dire?”
“Voglio dire che prima passavamo l’intera serata al tavolo, tra noi, a bere, fumare, discutere e mangiare magari un hamburger. Ma adesso, che siamo costretti a fumare fuori, la gente esce e si ritrova qui, anche da sola. A me è già successo un sacco di volte. Mi accendo una sigaretta e mi ritrovo una tipa di fianco che fa uguale. Dici una cazzata sul tempo, lei sorride e alla fine cominci a parlare. Non c’è più bisogno delle chat line e dei nickname per farsi qualche nuova amicizia, ti pare?”
Vittorio rimase a riflettere.
“Forse hai ragione”, disse. Poi spostò lo sguardo e aprì le labbra in sorriso.
“Ciao Viv”, salutò.

Viviana era piccolina di statura, ma ben proporzionata Aveva un viso dolce, i capelli neri tagliati corti, un sorriso caldo ed efficace. Vestiva sempre di nero, le piaceva raccontare barzellette e, solitamente, era capace di portare il buonumore anche nei momenti peggiori.
Viviana salutò gli amici, attese che questi finissero di fumare, e poi entrò nel locale con loro. Andarono a sedersi al tavolo all’angolo, dove Tazio si era messo a raccontare a Luisa de I tre dell’operazione Drago, un film di Bruce Lee che aveva trovato in offerta al supermercato.
“Sarebbe che c’è questo supercriminale cinese, o giapu non so, che organizza un torneo di arti marziali su un’isola”, stava dicendo Tazio.
Quando furono tutti e cinque al tavolo Luisa volle ordinare un giro di birre per bagnare il telefonino nuovo regalatole dal fratello.
“Una specie di buon natale con due settimane in anticipo”, fece.
“Io odio il natale”, commentò scorbutico Vittorio, lisciandosi i baffi che portava ad arco sulle labbra.
“Sembri quasi a Lemmy da giovane, quando i Mötorhead erano ancora soltanto in tre”, disse Tazio che, del grande Nuvolari, alla fine della fiera, portava davvero soltanto il nome.
“E allora, Arnaldo, hai deciso cosa scrivere nel tuo racconto?”, chiese Luisa.
“Quale racconto?”, domandò Viviana che, appena arrivata, era rimasta fuori dai discorsi precedenti.
“Deve scrivere un racconto sulla solitudine per partecipare ad un premio letterario”, spiegò Luisa.
Viviana rimase a pensare.
“Io scriverei qualcosa sulle stelle”, ribadì Tazio, facendo poi un lungo sorso di birra.
“Io preferirei parlare di giovani e chat line”, insistette Vittorio.
“Secondo me la solitudine è l’essenza della vita”, disse invece Viviana. “E credo che non ci sia niente di bello o di brutto in tutto questo. Soltanto, è nella normalità delle cose. Si nasce e si muore da soli, si vive in mezzo agli altri ma nelle situazioni, alla fine, ci si ritrova sempre in prima persona. Dieci anni fa noi cinque non eravamo insieme come adesso, seduti a bere e parlare, e tra dieci anni probabilmente qualcuno avrà preso una nuova strada e non si farà più vedere. Perché le amicizie cambiano, sono un passaggio di cose. Arrivano nuovi amici, altri se ne vanno, magari qualcuno si trasferisce, un altro muore, un altro si sposa. E’ sempre così!”
“Quindi cosa dovrei scrivere io?”, chiese Arnaldo a quel punto.
“Chat line”, disse Vittorio.
“Stelle”, fece Tazio.
“Anziani, barboni e malati terminali”, rispose Luisa.
“Essenza della vita”, concluse Viviana.

Con la sigaretta tra le labbra, Arnaldo rilesse le ultime quattro frasi. La birra in bottiglia, comprata al supermercato, non era buona quanto quella alla spina del Bianconiglio, tuttavia riusciva a toglierne la voglia.
“Non sembra nemmeno male”, disse infine Arnaldo. Poi schiacciò il mozzicone nel posacenere e spense il computer.
I consigli degli amici li aveva solo immaginati, come tutta la serata, del resto. Ma, metterli per iscritto si era rivelata una buona idea, proprio. Aveva parlato di tutto e di niente, ticchettando parole su parole sulla tastiera del piccì. Nei giorni seguenti avrebbe avuto modo di rileggerlo, di apportare le ultime correzioni e infine spedirlo con le modalità prescritte dal bando di concorso.
E, se fosse andata bene, se avesse rimediato un buon risultato, allora sarebbe andato al Bianconiglio, con i suoi amici, e avrebbe offerto loro un giro di birra, per festeggiare.
Tutti insieme a fare gruppo, magari parlando di gira.
Soli.






Condividi l'articolo:
  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • email
  • Live
  • MySpace
  • RSS
  • PDF

Tag:

File Archiviati nelle Categorie: Vari

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti ai miei feed RSS e sarai sempre aggiornato!

Possibly related posts